Le megattere cantano e l’intelligenza artificiale le ascolta per noi

È grazie all’intelligenza artificiale che oggi possiamo ascoltare, e capire meglio, anni di canti di megattere rimasti chiusi negli archivi. Una macchina addestrata a riconoscere la loro voce ha fatto in poco tempo ciò che a un essere umano sarebbe costato decenni.

I maschi di megattera cantano melodie lunghe e intricate. Ogni popolazione ha la sua “canzone”, e quella canzone cambia di anno in anno. Per seguirle nei loro viaggi, i ricercatori calano in mare idrofoni, microfoni subacquei che ascoltano giorno e notte. Ma le registrazioni si accumulano a centinaia di migliaia di ore, troppe per orecchie umane. Gli stessi scienziati riconoscono che oggi il limite non è raccogliere i suoni, ma trovare il tempo per ascoltarli.

Così l’agenzia statunitense per gli oceani, NOAA, e Google hanno insegnato a un’IA – una rete neurale convoluzionale profonda (CNN) – a riconoscere il canto delle megattere. La tecnica si chiama deep learning, “apprendimento profondo”. La macchina non riceve regole scritte, ma impara da tanti esempi, un po’ come un orecchio che si allena. Le hanno fatto ascoltare oltre 187.000 ore di registrazioni, raccolte in 13 punti del Pacifico nell’arco di 14 anni. Per una persona significherebbe più di vent’anni di ascolto senza mai una pausa. La macchina ha riconosciuto il canto con un’accuratezza molto alta.

E quell’ascolto ha raccontato delle storie. Alle Hawaii, dall’inverno 2015-16, il canto si è fatto più raro e questo concorda con le osservazioni dirette, che avevano già rilevato meno megattere. Altrove, invece, il canto è comparso dove nessuno l’aveva mai sentito, per esempio a Kingman Reef, una scogliera sperduta a pochi gradi dall’equatore.

Il lavoro continua. Nel 2026 un altro studio ha insegnato a un’IA a distinguere da sola, nel brusio di una barriera corallina, i richiami dei pesci, il rumore delle navi e tre diverse “note” del canto delle megattere.

Cosa si dicano le megattere resta un mistero: l’IA riconosce i suoni, non li traduce. Ma apre una strada. Alla NOAA c’è già chi ha pensato di usarla per mettere a confronto, nota per nota, i canti di popolazioni lontane tra loro. E altri ricercatori, ascoltando il canto, vi hanno trovato un ordine che ricorda quello delle nostre lingue. Avvertono però che non si tratta di un vero “linguaggio”. Più ore sapremo ascoltare, più da vicino potremo studiare come è fatto il loro canto. E forse, un giorno, capire cosa comunica e a cosa serve.

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