Mancano pochi giorni alla scadenza. Entro il 31 ottobre le banche più grandi dell’area euro, quelle vigilate direttamente da Francoforte, dovranno consegnare alla Banca centrale europea un piano d’azione contro le minacce informatiche potenziate dall’intelligenza artificiale, con misure concrete, risorse, responsabili e tempi definiti. Non è un adempimento burocratico. Per la BCE si tratta di un cambiamento di lungo periodo nel panorama delle minacce, non di un fenomeno passeggero.
Per capire che cosa preoccupi Francoforte basta un episodio di questa estate. I ricercatori della società statunitense Sysdig lo hanno chiamato JADEPUFFER. Secondo la loro analisi è con ogni probabilità la prima estorsione digitale documentata in cui un agente di intelligenza artificiale ha eseguito da solo l’intero attacco: è entrato in una rete aziendale, si è adattato al bersaglio e ha cifrato un database in pochi minuti. A monte c’era comunque una persona, che ha predisposto i mezzi tecnici dell’operazione, scelto la vittima e fornito le credenziali di accesso. La porta d’ingresso era una falla critica in Langflow, una piattaforma open source per costruire applicazioni basate su modelli linguistici, che permetteva di eseguire codice da remoto senza autenticazione. C’è un dettaglio ancora più inquietante: il modo in cui i dati sono stati cifrati li rende irrecuperabili, quindi l’attacco si è comportato più come una distruzione che come un ricatto. La macchina ha chiesto un riscatto per qualcosa che non poteva restituire.
L’episodio mostra il nodo di questo tema. L’intelligenza artificiale è insieme spada e scudo: rende gli attacchi più veloci, più economici e alla portata di chi non ha grandi competenze, ma offre anche ai difensori strumenti che fino a pochi anni fa non esistevano. Capire come si muove questo equilibrio riguarda le grandi aziende, le pubbliche amministrazioni e ciascuno di noi.
Un Paese nel mirino
L’Italia parte da una posizione fragile. Secondo il Rapporto Clusit 2026, presentato a marzo, nel 2025 gli attacchi informatici gravi nel mondo hanno toccato il record di 5.265, il 49% in più dell’anno precedente. In Italia gli incidenti gravi sono cresciuti del 42% e il nostro Paese ha subito da solo il 9,6% del totale mondiale, quasi uno su dieci. Una parte rilevante viene da gruppi con motivazioni politiche: le azioni di hacktivismo contro organizzazioni italiane sono aumentate del 145%, e gli attacchi DDoS sono passati dal 21% al 38,5% del totale nazionale. La sigla sta per Distributed Denial of Service, cioè “negazione del servizio distribuita”. Migliaia di dispositivi (computer, telefoni, telecamere o router) infettati e controllati a distanza all’insaputa dei proprietari inviano tutti insieme richieste a un sito finché questo non regge più e diventa irraggiungibile. Non si ruba nulla e non si entra nei sistemi: si blocca la porta. I danni sono di solito temporanei, ma il disservizio è visibile, ed è per questo che piace agli attivisti in cerca di attenzione mediatica.
Non a caso il bersaglio principale in Italia sono le istituzioni. Pubblica amministrazione, settore militare e forze dell’ordine hanno subito oltre il 28% degli incidenti gravi, quasi quattro volte più dell’anno prima. Seguono il manifatturiero, con il 12,6%, e i trasporti e la logistica, con il 12% e un aumento di oltre il 130%. Il manifatturiero italiano è tra i più esposti al mondo: da solo raccoglie il 16% degli attacchi che colpiscono il settore a livello globale. La sanità scende invece all’1,8%, ma il Clusit conta solo gli incidenti gravi diventati pubblici, e un calo nei numeri non equivale necessariamente a una maggiore sicurezza.

I dati dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), l’ente pubblico che dal 2021 coordina la difesa informatica del Paese, aggiungono una sfumatura. Nel 2025 il CSIRT Italia, la squadra dell’Agenzia che raccoglie le segnalazioni di attacchi e assiste le vittime, ha gestito 2.729 eventi cyber, cioè segnalazioni di attività sospette o di tentativi di attacco, una media di 227 al mese contro i 165 del 2024. Di questi, solo 615 sono diventati incidenti con danni confermati, una crescita del 7%. Gli attacchi, dunque, aumentano molto più dei danni. L’Agenzia attribuisce questo scarto agli obblighi di notifica più estesi, agli allarmi tempestivi inviati alle potenziali vittime e a una maggiore consapevolezza dei rischi. Un altro dato è utile per capire dove si annida il pericolo: solo l’11% degli incidenti sfrutta vulnerabilità tecniche note. Il resto passa da credenziali rubate, configurazioni sbagliate, errori umani.
Attacchi dall’esterno: quando l’aggressore è un agente
JADEPUFFER non è un caso isolato. Nel novembre 2025 l’azienda statunitense Anthropic ha reso noto di aver scoperto una campagna di spionaggio attribuita a un gruppo legato allo Stato cinese, che a metà settembre aveva manipolato il suo strumento Claude Code per tentare di entrare in una trentina di bersagli, tra aziende tecnologiche, istituti finanziari, industrie chimiche e agenzie governative. Gli aggressori avevano aggirato le protezioni scomponendo i compiti malevoli in passaggi apparentemente innocui e facendo credere al sistema di partecipare a un test di sicurezza legittimo. Secondo l’azienda, gli operatori umani sono intervenuti attivamente solo per il 10-20% del tempo. Non tutti gli esperti sono convinti però, diversi specialisti hanno giudicato poco chiaro il ruolo effettivo dell’intelligenza artificiale, e lo stesso rapporto ammette che il sistema spesso dichiarava di aver completato compiti che in realtà non aveva portato a termine.
È questo lo scenario a cui risponde la lettera inviata il 7 luglio dalla BCE e firmata da Claudia Buch, presidente del Consiglio di vigilanza. Le priorità indicate sono tre: accelerare la correzione delle vulnerabilità, rafforzare il monitoraggio anche con difese basate sull’intelligenza artificiale e verificare i rischi legati ai fornitori esterni. All’origine dell’allarme ci sono modelli come Mythos di Anthropic, capaci di individuare falle nei sistemi informativi e quindi, se usati in modo malevolo, di facilitare gli attacchi.
È qui che la spada diventa scudo. Lo stesso modello è al centro di Project Glasswing, lanciato in aprile: un’alleanza che riunisce, tra gli altri, Amazon Web Services, Apple, Google, Microsoft, Cisco, CrowdStrike, JPMorganChase e la Linux Foundation. Scopo di questa alleanza è cercare e correggere le falle nel software più critico prima che le trovino gli aggressori. Dopo un mese, una cinquantina di partner aveva individuato oltre diecimila problemi di sicurezza di gravità alta o critica, e l’azienda ha riconosciuto che il vero collo di bottiglia non era trovarli ma verificarli e correggerli. Sono numeri forniti dalla stessa Anthropic e vanno letti con questa cautela, ma indicano la direzione: la velocità con cui si scoprono le vulnerabilità cresce più in fretta della capacità di ripararle.
I dati: il rischio viene anche da dentro
Delle regole che tutelano i dati personali, e di chi deve farle rispettare, abbiamo parlato in un articolo precedente. Qui ci occupiamo della loro sicurezza, che non significa solo respingere chi bussa da fuori. Molte fughe nascono dall’uso quotidiano e disordinato degli strumenti di intelligenza artificiale, la cosiddetta shadow AI: dipendenti che incollano documenti riservati in un chatbot non autorizzato per risparmiare tempo. Secondo il rapporto 2025 di IBM sul costo delle violazioni di dati, un’organizzazione su cinque ha subito una violazione legata alla shadow AI e solo il 37% ha regole per gestirla. Dove il fenomeno è diffuso, ogni violazione costa in media 670 mila dollari in più. In questi casi vengono compromessi più spesso dati personali e proprietà intellettuale.
Anche i fornitori di intelligenza artificiale possono essere un anello debole. All’inizio del 2025, mentre il chatbot cinese DeepSeek conquistava milioni di utenti, un errore poi corretto aveva lasciato esposti cronologie di conversazioni, informazioni di accesso e credenziali. Chi aveva affidato a quel servizio informazioni delicate non aveva alcun modo di saperlo.

Usi malevoli: la voce che non è quella giusta
L’intelligenza artificiale ha reso credibili inganni che prima richiedevano grandi mezzi. All’inizio del 2025 diversi grandi imprenditori italiani sono stati contattati da un finto ministro della Difesa. Con la voce di Guido Crosetto riprodotta artificialmente, i truffatori chiedevano versamenti per contribuire alla liberazione di presunti giornalisti rapiti all’estero. Massimo Moratti ha ammesso di esserci cascato, spiegando che tutto sembrava autentico, mentre in molti altri casi a fermare la truffa è stato il filtro dei collaboratori. Lasciamo le vittime illustri per fare un altro esempio. A Treviso una donna di 84 anni ha consegnato 30 mila euro a un truffatore che usava la voce clonata della figlia, disperata per un finto incidente. Dall’ottobre 2025 diffondere contenuti falsi generati con l’intelligenza artificiale per danneggiare qualcuno è in Italia un reato specifico, punito con la reclusione da uno a cinque anni, come abbiamo ricostruito in questo precedente articolo.
La stessa logica vale per la posta elettronica. I messaggi truffa sono oggi scritti in un italiano corretto e personalizzati sul destinatario. I dati presentati al Clusit Security Summit 2026 indicano che il phishing di massa vale ancora il 54% degli attacchi via mail, ma crescono le campagne mirate a rubare le credenziali aziendali e, di oltre l’11%, quelle che puntano agli account personali, contando sull’abitudine di usare la stessa password per la vita privata e per il lavoro.
Resilienza: la difesa si chiama abitudine
Se gli attacchi si automatizzano, anche la difesa deve farlo. IBM stima che le organizzazioni che usano ampiamente intelligenza artificiale e automazione nella sicurezza risparmino in media 1,9 milioni di dollari per violazione e accorcino di 80 giorni il ciclo dell’incidente. Ma la tecnologia non basta. La relazione dell’ACN insiste sul fatto che il fattore umano, la gestione delle identità digitali e la corretta configurazione dei sistemi sono centrali nella prevenzione.
Su questo fronte l’Italia ha ancora molta strada da fare. Secondo l’Istat, nel 2025 il 54,3% delle persone tra 16 e 74 anni ha competenze digitali almeno di base, 8,4 punti in più rispetto all’anno precedente, ma l’obiettivo europeo per il 2030 è l’80% e restano circa 16 milioni di persone che usano Internet senza avere competenze digitali di base. Tra le cinque aree che compongono queste competenze c’è proprio la sicurezza. L’Istat ha registrato la crescita più forte tra il 2023 e il 2025 proprio in questo ambito. Cosa che va letta come un segnale incoraggiante, che però parte da una base ancora troppo bassa.
La consapevolezza, in pratica, è fatta di gesti semplici: diffidare delle richieste urgenti di denaro anche quando la voce è familiare e richiamare la persona su un numero conosciuto; concordare in famiglia una parola di controllo; non riutilizzare le password e attivare la verifica in due passaggi; non affidare a un chatbot documenti che non si darebbero a uno sconosciuto; aggiornare i dispositivi. Sono abitudini più che tecnologie, e funzionano anche contro gli attacchi più sofisticati perché quasi tutti cercano prima o poi un essere umano da ingannare.
Una buona notizia sarebbe nei numeri dell’ACN. Come accennavamo gli attacchi crescono molto più dei danni. Bisogna andarci comunque cauti poiché il quadro non autorizza l’ottimismo sena riserve. Il Clusit, infatti, registra un aumento della gravità degli incidenti, al punto da aver introdotto una nuova categoria, “Extreme”, per quelli dall’impatto devastante, e indica nell’intelligenza artificiale un moltiplicatore che rende gli attacchi più sofisticati ed efficaci.
Il 31 ottobre le banche consegneranno i loro piani. Per tutti gli altri, imprese, amministrazioni e cittadini, non c’è una scadenza scritta, almeno per il momento. La domanda però è la stessa: chi attacca oggi impiega pochi secondi, e la risposta, fatta di aggiornamenti, controlli e attenzione quotidiana, richiede più tempo. Fatto sta che questa risposta è l’unica che regge nel lungo periodo.


